AI & CONFLICTS
A. Caronia
Elezioni, galassie, intelligenze artificiali Luca Sossella Editore
A. Caronia
Elezioni, galassie, intelligenze artificiali
Elezioni, galassie, intelligenze artificiali

Partiamo dalla questione dei sondaggi. Citerò anch’io, come ha fatto Realacci stamattina, un racconto, e sempre dello stesso autore, Isaac Asimov, che non è uno dei vertici della fantascienza, ma un rappresentante della sua medietà, e forse per questo sa esprimere così bene i suoi “luoghi comuni”, cioè quei luoghi in cui gli estremi dell’immaginario si fanno quasi quotidiani. In questo racconto (“Franchise” – “Diritto di voto”, del 1955) si assiste alla giornata speciale di uno speciale cittadino degli Stati Uniti, il quale si prepara, con tutta la sua famiglia, a un giorno speciale. Tutti sono eccitati, emozionati, compresi del loro ruolo e di quello di Norman Muller, il cittadino in questione. Perché? Perché quel giorno Norman Muller va a votare. Il lettore ha un attimo di disorientamento, però sa di essere in un racconto di fantascienza, quindi sa che nel mondo di quel racconto c’è qualcosa che non è uguale al mondo zero, a quello in cui vive lui (e noi), e i più intelligenti hanno già capito di che si tratta. Questo cittadino è l’unico in tutta la nazione che va a votare, quel giorno, perché la scienza dei calcolatori, nel 2008, è talmente avanzata che le macchine potrebbero decidere da sole chi è il miglior presidente, se non fosse per le imponderabili variabili della mente umana. E la statistica, dal canto suo, è così avanzata che può ridurre i suoi campioni a un solo cittadino “realmente rappresentativo”. Perciò Norman Muller, quel giorno, non voterà neppure nel senso classico, non esprimerà cioè una preferenza per questo o quell’altro candidato, ma risponderà soltanto a qualche strana domanda del computer, il quale, dalle risposte dell’uomo, potrà riempire i pochi tasselli mancanti e decidere dell’esito di queste più che bizzarre “elezioni”.

Se cito questo racconto, connettendomi all’intervento di Piepoli, non è per sbeffeggiare o svillaneggiare i sondaggi, di cui non voglio assolutamente negare la dignità scientifica né la funzionalità pratica, ma perché mi sembra che qui Asimov, fra le altre cose (il potere delle macchine, l’automazione della democrazia, ecc.) metta bene in rilievo una logica un po’ paradossale del sondaggio, che potremmo chiamare, con un termine mutuato dalla scienza, “ipotesi riduzionista”. Il senso del termine, in questo caso, non è tanto quello della filosofia della scienza. Il “riduzionismo” dei sondaggi non tenta – se non in senso banale – di ricondurre l’ignoto al noto, o il complesso al semplice: tenta semmai di ricondurre la realtà effettiva alla sua simulazione, e quindi si riconnette in qualche modo ai temi che sollevava Berardi. Il dilagare dei sondaggi, insomma, può essere letto come un altro sintomo dell’avvento dell’universo della simulazione (altri l’ha chiamato “derealizzazione del mondo”), che mi sembra strettamente legato al fenomeno cui stiamo assistendo da una ventina d’anni a questa parte: la scomparsa, la polverizzazione, l’evaporazione delle forme moderne (e forse non solo di quelle) del potere politico in occidente.

Il processo è stato già più volte descritto, ed è stato evocato anche in questa sede. Oggi lo spazio di discrezionalità nelle scelte politiche dei Parlamenti e delle istituzioni tradizionali si va rapidamente riducendo a zero. I capi di stato e di governo conservano una funzione di tipo simbolico, ma tutto sommato sempre più decorativa. Esercitano sempre meno potere reale, perché il potere reale – ce l’ha ricordato con la sua acutissima semplicità Ferrarotti stamattina – sta in altre zone della società. Ci stava anche prima, beninteso, ma oggi l’espropriazione della sfera politica da parte di quella economica è un fenomeno macroscopico, eclatante, diffuso, e soprattutto implicitamente accettato da tutti, protagonisti e comparse, potenti ed espropriati dal potere. È una delle trasformazioni, trasmigrazioni del potere di cui parlava Morcellini, ed è già sotto gli occhi di tutti, è già chiarissima. Se non abbiamo sempre il coraggio di riconoscerlo e di dirlo sino in fondo, è solo perché ci piace mantenere la presenza di una forza fantasmatica, mantenere ancora una qualche illusione, una qualche speranza che il grande progetto di emancipazione del soggetto in termini classici non sia del tutto esaurito: abbiamo il timore che esso possa definitivamente sfuggirci di mano se non manteniamo quella sorta di finzione, ma che di finzione si tratti ormai è chiaro a tutti. Che alla presidenza degli stati Uniti ci sia Clinton, Gore o il giovane Bush, che il senatore dello stato di New York sia la signora Clinton o il rude e malato Giuliani, cambierà ben poco, perché non è più quella la sede in cui vengono prese le decisioni.

E qui sorge un dubbio ancora più fondamentale: esiste ancora una sede in cui vengono prese le decisioni? Torniamo al raccontino di Asimov. La cosa più agghiacciante, lì, non è tanto la iperformalizzazione della democrazia, cioè il ricorso a un corpo elettorale sempre più simboleggiato dai campioni dei sondaggi di opinione o delle ricerche di mercato, cioè, in ultima analisi, la riduzione della politica a marketing (processo anche questo, ormai, tutto sommato scontato), quanto la sua automazione, cioè il fatto che i processi decisionali non si realizzano più prevalentemente tramite scelte elaborate, pensate e attuate dall’uomo, ma tramite la somma di un numero incredibile di piccole operazioni “automatiche”, piccoli scatti di un software. È lo scenario descritto con grande precisione e con molti esempi da Kevin Kelly, il direttore di Wired, nel suo libro Out of Control. La “biologizzazione” delle tecnologie di rete di cui parla Kelly significa che, come negli organismi viventi, una grande quantità di oggetti che non hanno comportamento intelligente (le cellule nei viventi, i software nelle reti telematiche) quando interagiscono tra loro, producono intelligenza. Con le sue parole: “Parti ‘stupide’, debitamente collegate, producono risultati brillanti.” Ecco allora la vera novità: non solo l’economia soppianta e svuota la politica, ma la nuova economia, che si identifica sempre più con la comunicazione, non è più gestita dalle scelte razionali o irrazionali di più o meno grandi gruppi umani, bensì da una “intelligenza collettiva” (che non so quanto piaccia davvero, così configurata, a Pierre Lévy) che circola nelle reti telematiche, ed è determinata dalle relazioni fra esseri umani e un nuovo tipo di “oggetti intelligenti”. Ed ecco allora, sotto i nostri occhi, che non evaporano solo le forme classiche del potere politico, ma anche quelle del potere economico. A vantaggio di una processualità che, in mancanza di un termine migliore, potremmo definire “automatizzata”, a patto di non intendere questo termine nel suo antico significato meccanicista, ma in un senso più aderente alle teorie della complessità. Il sogno baconiano e machiavellico del dominio della ragione sull’imponderabile, dopo alcuni secoli di giocherelli del mondo occidentale, è insomma ormai chiaramente agli sgoccioli.

Con la sfacciataggine che è permessa al giullare di corte, alcune di queste cose la fantascienza le va dicendo da tempo. Vediamo prima di tutto quella cinematografica. Negli anni Novanta sono usciti vari film in cui ritornano (fortunatamente, secondo me) gli alieni malvagi e disgraziati della fantascienza classica, dopo la breve parentesi politically correct dell’alieno buono di Spielberg ed epigoni. I film, li ricordate tutti, sono Independence Day, Mars Attacks, Starship Troopers. Bene, i film sull’invasione degli alieni, quelli degli anni Novanta come quelli degli anni Cinquanta (che nelle sere d’estate tornano in gran copia sulle televisioni nostrane) pongono, non c’è dubbio, una chiara domanda sul potere, cioè “Chi controllerà la Terra?” Non si scappa, o noi o loro. Ora, nei vecchi film degli anni Cinquanta, c’è una cosa curiosa: tranne forse in uno o due (per esempio Ultimatum alla Terra, se non ricordo male) il potere politico formale – il Presidente degli USA, tanto per semplificare – non compare mai, o se c’è resta sullo sfondo. Con i formiconi, con i baccelloni e con tutte le altre forme assunte da quella minaccia all’identità umana che sono gli alieni, si scontrano direttamente i pacifici cittadini delle comunità del Midwest o della California, poliziotti, agricoltori, meccanici, anche professionisti, s’intende, ma insomma quelli che hanno fatto l’America sul serio, gli eredi degli uomini della frontiera. Da un lato questo è indice di una sana (quasi marxista, paradossalmente) riduzione al concreto: la politica tradizionale, formale, non c’è perché non interessa vederla, perché quando lo scontro si fa essenziale non è quello il livello decisivo. Ma per un altro verso è indice però di una relativa fiducia, ancora, nella politica: se la politica non si vede è perché conta davvero (e poi, narrativamente, l’uomo comune funziona meglio del politico – a meno che il film non sia esplicitamente focalizzato su quel tema, come Sette giorni a maggio o Il dottor Stranamore). In Mars Attacks e Independence Day, invece, i presidenti degli Stati Uniti ci sono, eccome, ma in entrambi i casi fanno una figura pietosa. Forse non era questa l’intenzione del regista di Independence Day, ma lì il presidente, nella scena in cui arringa da una camionetta i piloti superstiti in vista del contrattacco, sembra un misero capopopolo di villaggio (ben diversa, anche se retorica, la scena analoga in Alba rossa di John Milius). In Mars Attacks, poi, l’intento parodistico di Tim Burton è esplicito e scatenato, sostenuto dall’istrionismo invero ormai un po’ logoro di Jack Nicholson. Insomma, la politica si vede tanto più quanto più è inefficace, inessenziale, e quindi può funzionare da elemento ironico o dissacratorio.

Ma il luogo in cui la fantascienza ha espresso meglio che altrove la gigantesca ristrutturazione delle funzioni e delle istituzioni del potere è naturalmente il cyberpunk. Dapprima con i racconti e i romanzi di William Gibson (in particolare la cosiddetta “Trilogia dello Sprawl” degli anni Ottanta, cioè i romanzi Neuromancer, Count Zero, Mona Lisa Overdrive), poi con Neal Stephenson (Snow Crash), Jack Womack (Futuro zero) e da ultimo con Bruce Sterling (Distraction, un romanzo del 1998 tradotto da noi come Caos Usa), il cyberpunk ha costruito uno scenario molto articolato del probabile imminente futuro della politica e dei suoi intrecci con i movimenti sociali e i conflitti di classe, uno scenario a cui, consapevolmente o no, sembrano essersi ispirati diversi sociologi e studiosi della transizione postfordista. I tratti fondamentali di questo scenario ritornano in tutti gli autori citati e in vari altri: riduzione del potere politico centrale (in particolare le istituzioni federali degli Stati Uniti) a una agenzia politica fra le tante, smantellamento di ogni meccanismo centralizzato di welfare state, frammentazione del territorio in enclave gestite direttamente dalle aziende – con una dimensione anche militare autonoma –, scomparsa della società civile in favore dell’emergere di una dimensione “neocomunitaria” che ha spesso i tratti insieme arcaici e postmoderni di una società mafiosa. E sullo sfondo, naturalmente, l’autonomizzarsi del mondo virtuale delle reti e il suo intreccio sempre più inestricabile con il mondo fisico.

È l’apparizione di questo nuovo mondo virtuale, di questa sfera dell’informazione e della comunicazione moltiplicatasi oltre ogni prevedibile dimensione e resasi autonoma, è questo l’elemento che altera radicalmente la situazione attuale e che determina anche le trasformazioni del potere. Ce l’ha ricordato in questa sede Franco Berardi. Non so se la figura più adatta a richiamare questo mondo rizomatico sia quella della sfera, che è un solido chiuso, la forma limite di un poliedro, e soprattutto ha una caratteristica esattamente opposta a quella del mondo delle reti, cioè possiede un centro. Potremmo forse accettare l’idea di Nicola Cusano di una sfera infinita, che abbia il centro in ogni punto, o quella di Michel Serres, quando propone di sostituire alla nozione di “en-ciclo-pedia” quella di “en-ellitto-pedia”, o ancora potremmo andare alla ricerca di un solido non limitato (ma anche più esoterico di una sfera), che so, un paraboloide o meglio ancora un iperboloide di rotazione. Ma questi sono dettagli. Quello che è importante è riconoscere che il dominio delle reti ha la caratteristica di un vero e proprio “mondo”, di un universo parallelo, si potrebbe dire, che non è esattamente il rispecchiamento del mondo fisico, perché vi sono rispettivamente molte meno cose e molte più cose che nel mondo fisico, e neppure soltanto del mondo delle relazioni umane, perché le relazioni umane sono state radicalmente trasformate dalla sua comparsa. È un mondo autonomo che esercita però un’influenza determinante su quello in cui siamo vissuti finora, per esempio sul piano del denaro, perché se io crakko i conti bancari del signor Chrome nel mondo virtuale, come accade nel famoso racconto di Gibson, il signor Chrome si trova senza soldi nel mondo reale.

Ma neanche questo ci consente di andare al cuore del problema. Molta parte della nostra visione delle reti è ancora mediata da quella che potremmo chiamare una concezione “strumentale” della tecnica: la tecnica (oggi la tecnologia) non sarebbe che uno strumento che ci consente di realizzare più o meno bene determinati obiettivi, sarebbe insomma una nostra protesi, problematica quanto si vuole ma in linea di principio perfettamente dominabile. Questa è la concezione che sta dietro al programma, per così dire “riformista” dell’uso delle nuove tecnologie e dei new media, il cui principale esponente in Italia è Umberto Eco. Ma la concezione della tecnica come protesi è stata forzata e portata al limite estremo da McLuhan: più lontano di lui, su quella strada, è impossibile andare. Non che quella concezione non abbia avuto sino a ieri valide e potenti giustificazioni. La tecnica si è presentata a lungo come protesi nella storia dell’umanità, e fino a un certo punto quel tipo di metafora ha funzionato. Le tecniche paleolitiche e neolitiche sono ancora essenzialmente protesi, più o meno complesse, di parti del corpo o del corpo tutto intero. Ed entro certi limiti lo sono anche le macchine che sono state protagoniste della prima rivoluzione industriale. Ma nel corso dell’ultimo secolo quelle stesse macchine si sono moltiplicate in numero e in dimensione, sono state collegate e correlate tra loro in modi sempre più complessi; soprattutto sono cominciate ad apparire delle macchine a cui abbiamo delegato non più solo movimento, potenza, produzione materiale, ma sempre più anche gestione, flusso dell’informazione, embrionalmente “intelligenza”. Quello che sta accadendo è che la tecnica assume sempre più l’aspetto di una interfaccia fra noi e il mondo, e che questa interfaccia si inspessisce, si globalizza, moltiplica le interrelazioni al proprio interno e con noi, si ramifica dentro di noi, innervando i nostri corpi singoli e il mondo fisico reale come un alieno invasore, un “vitone” nel romanzo di Eric Frank Russell (Schiavi degli invisibili), o un parassita di quelli che ti infilano i loro tentacoli nella schiena nel romanzo di Heinlein (Il terrore dalla sesta luna).

La concezione della tecnica come protesi, insomma, non ci aiuta a capire le sconvolgenti trasformazioni in atto. Dobbiamo accettare la sua natura di mondo, di universo autonomo. Questo universo non ci opprime né ci libera di per sé, come vorrebbero le opposte fazioni dei tecnofobi e dei tecnofili. Certo, esso altera, ristruttura, ridefinisce le linee di relazione e di comando fra uomo e mondo e fra uomo e uomo: modifica cioè, sostanzialmente, le relazioni di potere. Ridefinendo, in primo luogo, i processi di valorizzazione, che nel capitalismo classico sono concentrati nella fabbrica e adesso avvengono invece in ogni luogo della rete, facendo saltare non solo la distinzione fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, ma anche quella fra tempo di lavoro e tempo libero. Con le reti telematiche il capitalismo sembra finalmente riuscire a centrare l’obiettivo che non era riuscito a realizzare nella sua fase classica, proprio per la scelta di separare nettamente dalla vita quotidiana la sede della creazione del valore, e cioè l’obiettivo di colonizzare non solo la fabbrica, ma tutta la vita. Oggi tutti lavoriamo, ventiquattr’ore al giorno e sette giorni su sette, per il capitale globalizzato, che lo vogliamo o no: e lo facciamo sia che percepiamo un salario di qualunque tipo, sia che non lo percepiamo, sia che “produciamo” qualcosa in senso classico, sia che non produciamo nulla e ci limitiamo a giocare, a divertirci o a comunicare. Perché la “svolta linguistica in economia”, come l’ha chiamata Cristian Marazzi, significa che attraverso le reti il capitale ha imparato a trarre profitto da tutto il complesso di attività cognitive molecolari che le reti stesse rendono trasparenti e disponibili. Fine del conflitto, dunque?

Fine del potere localizzato e specializzato e instaurazione di un dominio illimitato a opera di un dispositivo ancora più spaventoso del Panopticon benthamiano studiato da Foucault, come teme Virilio? Contro questa conclusione, apparentemente del tutto plausibile e ben fondata, stanno altre considerazioni, anch’esse basate su un esame della fenomenologia delle reti, se solo si vada un po’ al di là degli aspetti più immediatamente percepibili. Le reti telematiche, infatti, ereditano molte delle caratteristiche delle forme di comunicazione a distanza che le hanno precedute – la scrittura, l’immagine fissa, l’immagine in movimento – ma se ne distaccano su di un punto fondamentale. Nelle reti telematiche, nonostante le apparenze contrarie, non opera solo la potenza smaterializzante della scrittura e del denaro: opera anche una prepotente tendenza alla ri-materializzazione. La potenza combinatoria del digitale permette all’astratto di concretizzarsi, di agire sulla materia, in modo più immediato, più diretto e più generalizzato di quanto non avvenisse con le precedenti mediazioni. Per gran parte della storia dell’umanità, la dimensione immateriale è stata in grado di agire su quella materiale e corporea solo in maniera indiretta, “convincendo” i corpi ad assumere le posizioni, i movimenti e gli atteggiamenti necessari alla conservazione del legame sociale in virtù dell’autorevolezza di un sistema dell’immaginario (immateriale) che rimaneva separato e incapace, da solo, di produrre gli effetti desiderati sulla materia. Era solo la mano dell’uomo, con le sue protesi più o meno dirette, a trarre dall’informalità della materia prima la forma degli oggetti che incarnavano l’antropizzazione del mondo, la creazione di quel dominio dell’artificiale che ha finito poi per contrapporsi al mondo della natura.

Oggi l’universo della tecnologia digitale appare in grado di svolgere da solo, “autonomamente”, molti di quei compiti. E così facendo rende d’un tratto più trasparente e manifesta quella tensione fra linguaggio e corpo che, nel corso del Novecento, aveva potuto apparire così bizzarra, idiosincratica e priva di effetti reali nell’opera di due personaggi così straordinari e singolari come Antonin Artaud e William S. Burroughs. L’esigenza di Artaud di liberarsi dal peso e dalla distorsione del linguaggio (“E ve l’ho già detto: niente opere, niente lingua, niente parola, niente spirito, niente. Niente, se non un bel Pesa-Nervi. (...) Sarò capito tra dieci anni (...) e allora tutto questo sarà trovato giusto, e non avrò più bisogno di parlare.”) costruendosi un “corpo senza organi”, viene precisata decenni dopo da Burrroughs con una teoria dell’origine esogena e virale del linguaggio, che ha potuto sembrare a lungo come la sconclusionata fantasia paranoica di un tossicodipendente, e che invece oggi appare singolarmente adatta a descrivere la deriva totalizzante e assorbente del mondo delle reti. L’idea del “linguaggio come virus” è stata sostenuta dallo scrittore americano come articolazione della sua teoria del “controllo”, dell’asservimento che il sistema sociale opera sull’individuo, e che egli ricavò dalla sua esperienza con le droghe. Ma tutto il sistema della droga, come Burroughs l’ha sperimentato e magistralmente descritto, non è altro che una gigantesca metafora del linguaggio. Ed è per questo che l’idea del linguaggio come potere autonomo, impersonale, estraneo al corpo, che piega e sottomette il corpo alla sua logica e lo rende “produttivo” (per quanto insostenibile sul piano genetico e storico possa essere), è oggi utilissima per descrivere tutto il nuovo dominio dell’informazione sotto le gestione capitalistica. Ed è per questo che, probabilmente, l’unica via d’uscita dalla perpetuazione di quella gestione e di quel dominio è una rivolta dei corpi contro la riduzione e l’estraneazione dell’esperienza operata dal linguaggio.

Rivolta del corpo contro le reti, dunque? Non c’è all’ordine del giorno, nell’orizzonte di una liberazione radicale, altro che una prospettiva neoluddista? Neppure a questa domanda risponderei del tutto positivamente. Forse le stesse caratteristiche che rendono la comunicazione digitale così adatta a funzionare come processo collettivo e diffuso di valorizzazione possono essere utilizzate dai corpi per entrare in contatto diretto, per sottrarsi all’autosfruttamento che il capitale postfordista opera oggi così accortamente su tutti noi. In un’intervista del 1989 Jaron Lanier, praticamente l’inventore delle realtà virtuali, parlava di “comunicazione postsimbolica”. Il termine è certamente improprio, e sarebbe più corretto parlare di “comunicazione postlinguistica”, ma il processo a cui si riferisce Lanier è reale. Con la comunicazione telematica, in linea di principio, non solo può essere più o meno fedelmente riprodotto il mondo fisico in cui viviamo, non solo può essere prodotto un qualunque mondo alternativo, anche radicalmente alternativo, ma può anche essere riprodotto il mondo mentale, e cioè il mondo delle elaborazioni immaginarie e fantasmatiche dei corpi, e possono essere messi in contatto direttamente i corpi. Già nel 1964 Marshall McLuhan aveva parlato di una “comunicazione pentecostale” resa possibile dalle “tecnologie elettriche”. È a questa prospettiva che mi sono riferito io stesso quando ho parlato di “corpo disseminato”. Ora, se le reti possono diventare, accanto al non-luogo di circolazione e di valorizzazione del capitale, anche il non-luogo di comunicazione dei corpi, è possibile che, nonostante le apparenze, il corpo possa avere quello spazio che non 400 anni di modernità, ma 7.000 anni di neolitico gli hanno tolto.

[Testo pubblicato in Media e potere. Il lato oscuro della forza, a cura di Stefano Cristante e Marco Binotto. Roma: Luca Sossella Editore, 2000]

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