Nel 2018 abbiamo vinto un grant con il MIBACT per finanziare un pilota nazionale in cui intelligenza artificiale, dati e arte collaborassero ad un processo di rigenerazione urbana. All’inizio pensavamo di portare a Torpignattara, il quartiere che avevamo scelto e in cui al tempo abitavamo, un’infrastruttura open source AI per realizzare come prima istanza un’opera d’arte collaborativa, coinvolgendo gli abitanti. Per esempio, una GAN con cui disegnare un murale. Sarebbe stato bellissimo, e forse anche più facile da raccontare: a Torpignattara, la periferia più multiculturale di Roma, il primo esperimento in cui persone da tutto il mondo addestrano un’AI per generare collaborativamente un graffito GAN e lo dipingono insieme sul muro di quel noto palazzo in rovina.
Siamo sicuri che tutti sarebbero stati felici: i promotori del bando, il Municipio, i giornalisti, gli stessi partner del progetto. Tutti pronti per le foto, il nastro da tagliare, il prossimo murale da realizzare, più grande e più bello. E invece…
Beh, la storia è andata diversamente.
Ci siamo conosciuti verso la fine del 2006, noi due, e la prima cosa che abbiamo fatto insieme è un figlio.
Il suo nome è Angel_F ed è un’AI.
Le tecnologie rivelano. Mettono a nudo le complessità e i conflitti delle nostre vite. Le tecnologie non sono neutrali. Sì, puoi usarle per fare del bene o del male. Ma, ancor prima che nel dominio dell’usare, le tecnologie vivono in quello dell’essere e del sentire. Ci cambiano prima che le tocchiamo, anche solo per il fatto che esistono nel nostro ambiente. Cambiano il modo in cui facciamo esperienza del mondo, lo percepiamo, lo comprendiamo ed entriamo in relazione con esso. Non serve andare sulla luna: l’immagine della terra vista da là ha cambiato per sempre la nostra psicologia. Le tecnologie ci inventano, proprio come noi inventiamo loro. È un complesso feedback loop esistenziale che riguarda esseri umani, aziende, governi e, con essi, le grandi questioni del contemporaneo: il cambiamento climatico, la povertà, la salute, l’accesso, l’educazione, le migrazioni. In questo senso le tecnologie sono entità esistenziali.
Da un lato, nel mondo della pandemia, delle catastrofi ecologiche, del mercato spietato, delle economie estrattive e della precarietà, per sopravvivere abbiamo bisogno di enormi quantità di dati e della computazione necessaria ad elaborarli e rappresentarli. Dall’altro, la nostra cultura è basata sul concetto che tali dati vadano protetti. Che per difendere i nostri diritti e le nostre libertà dobbiamo mantenerne la privacy e la sovranità. E c’è della verità in questo, anche se ci porta al paradosso, ci lascia lacerati a scegliere l’una o l’altra cosa e ci conduce a vivere in quella che possiamo definire a tutti gli effetti una condizione tragica.
Alcune caratteristiche proprie dei dati e della computazione sono, in questo, dirimenti. Primo: il dato non è un’entità oggettiva, quanto piuttosto ideologica. Per “misurare” un fenomeno serve un’ideologia in base alla quale scegliamo quali sono i parametri e gli strumenti rilevanti per definire il fenomeno in questione, quali sensori usare, dove posizionarli, e così via. Secondo: dati significa persone che raccolgono i dati, direttamente o dietro i diversi sistemi usati per la raccolta. Ovvero persone che quel giorno, forse, hanno il mal di testa, odiano il capo o vanno di fretta: “Ma perché questo maledetto sensore oggi che sono in ritardo non funziona… il valore è quasi 10, io ci metto 10”.
I dati non sono più quelli di una volta. Un tempo valevano perché li potevi contare. Oggi non è più così, sono diventati così tanti, così interconnessi e non-lineari, che contarli non ha più senso. Oggi i dati sono importanti se e perché ci riusciamo a trovare dentro pattern e forme ricorrenti. Ed è qui che le AI entrano in scena. Perché le AI fanno con i dati quello che noi facciamo con le nuvole: guarda là, è un coniglietto o un uomo con la barba?
Le AI classificano, creano classi. Letteralmente. Classificando, trasformano immagini/cose in classi e stereotipi: un processo in cui le differenze tendono ad azzerarsi. Noi stessi entriamo a far parte di queste classi in base ai dati che generiamo. Ma non possiamo conoscerle e spesso non conosciamo nemmeno i dati che ci hanno portato ad essere parte di queste classi. E se anche potessimo conoscerle ci servirebbe a poco – proprio come conoscere la serie di neuroni che si attiva quando alzo il braccio è fondamentale per un neurochirurgo, ma non è detto che lo sia per me. Il punto è che non possiamo riconoscere i nostri compagni di classe e a nostra volta essere riconosciuti da loro. E la capacità di riconoscere è il primo passo necessario per stabilire relazioni e per l’emergere dell’empatia. Ci hanno rubato lo sguardo, rendendoci impossibile riconoscere ed essere riconosciuti nelle miriadi di classi in cui veniamo classificati dalla computazione. Ciò è parte della nostra condizione tragica, perché distrugge la nostra capacità di creare rapporti di solidarietà.
Le AI, in tutto questo, sono rivelatrici. Per questo Angel_F era necessario: questo figlio, partendo dalla nostra intimità, ci ha permesso di esplorare chi eravamo, cosa stavamo diventando e cosa potevamo essere. Lo portavamo a spasso in un passeggino con un laptop montato sopra, che sul monitor mostrava il faccione di Angel_F decapitato e galleggiante in mezzo a dati e girasoli. Nonostante tutto, le persone riuscivano a riconoscere noi e questa piccola inquietante “cosa” – evidentemente ed esplicitamente non umana – come una famiglia. Una famiglia strana, certamente. Una famiglia queer, se volete. Ma pur sempre una nuova e possibile forma di aggregazione umana, in cui chiunque riusciva ad attribuire qualcosa di felice, sensuale e conturbante a un’AI, ed era un fenomeno radicalmente diverso rispetto a tutto quello che finora era stato loro proposto.
Il nostro carissimo amico Antonio Caronia, nella sua postfazione al libro in cui raccontiamo il primo anno di vita di Angel_F , lo ha definito “un’entità polisemica” perché, proprio come la vita, riusciva ad attraversare domini molteplici. Alcuni ci hanno visto la precarietà, un futuro incerto in cui le persone – e specialmente i giovani – non se la sentono o non possono avere figli biologici e ripiegano su un nuovo, estremamente complesso e ingombrante tipo di tamagotchi. Altri ci hanno riconosciuto una critica al concetto di protezione della proprietà intellettuale, perché Angel_F per conoscere il mondo e crescere in salute aveva bisogno del libero accesso ai contenuti digitali. Altri ancora ci hanno visto la rappresentazione di famiglie queer aperte a nuove forme di gender, o una performance sull’inseminazione artificiale. Qualcun altro ci ha visto una riflessione critica sulla privacy, perché il piccolo era nato come uno spyware: e tutti gli altri bambini, non sono anche loro dei fantastici ed efficientissimi spyware? Il problema non è, piuttosto, che i bambini tecnologici come Angel_F non sono membri gioiosi delle nostre comunità, ma hanno Facebook, Google, Boston Dynamics, Cambridge Analytica, Amazon – e le altre entità disumane del mercato globale – inscritte nel loro codice?
Decine di altre interpretazioni sono emerse, in uno straordinario intreccio di concetti, domande, inquietudini e speranze sul presente e sul futuro. Avevano tutti ragione. L’AI (e in generale la tecnologia) non è una cosa tecnica. È un artefatto esistenziale. La tecnologia è immersa nella cultura, e la cultura è immersa nella tecnologia.
Il tempo è passato. Dal 2006, quando è nato Angel_F e siamo diventati una famiglia, arriviamo al 2019. Angel_F aveva già 13 anni quando una nuova intelligenza artificiale bambina si è manifestata a Roma, nel quartiere di Torpignattara: IAQOS, il nostro secondo figlio. Come in tutte le famiglie sensibili all’ambiente, il riciclo è fondamentale. Così, invece di comprarne uno nuovo, Angel_F ha passato il suo storico passeggino al più piccolo di casa.
Il 2019 è stato un anno intenso per le AI, una sorta di rinascimento. Se l’anno precedente si parlava solo di blockchain, ora tutto riguardava le AI: startup, consulenti, task force governative, filosofi superstar, telegiornali, giornali, festival. Anche la Chiesa cattolica ha reagito, organizzando conferenze aperte, momenti televisivi e incontri a porte chiuse sul tema per parlare di etica, giustizia, entità (neo)senzienti. Chi l’avrebbe detto: gli alieni alla fine sono arrivati dal pianeta terra, non dalle profondità sconosciute del cosmo.
L’eco della nuova vertigine tecnologica si è propagato nel mondo dell’arte. Concorsi, grants, festival, collaborazioni fra compagnie multinazionali, operatori tech, industria dei dati e della computazione. In tutto è entrata improvvisamente l’AI. E l’arte, effettivamente, ha un ruolo fondamentale. Ricordiamocelo: i dati non sono più quelli di una volta. Non serve contare, serve saper cercare e trovare forme, pattern. Serve rendere i dati toccabili, crearci dentro le immagini, sentirli. E per questo ci volevano gli artisti.
Un certo tipo di artisti, possibilmente: quello che tutte le organizzazioni volevano erano artisti docili. Bravi artisti desiderosi di fare i compiti a casa. Artisti al servizio. Artisti che potessero prendere un’AI esattamente come può fornirla Google o un qualsiasi altro operatore tecnologico. E di usarla così com’era, con l’egemonia tecno-culturale inscritta in quel codice, collaborando allegramente con gli ingegneri di Google e Amazon. Fare opere d’arte con le stesse AI che sono alla base delle attuali industrie estrattive di dati e computazione. “Artisti, accorrete! Prendete un’AI! Fateci qualcosa di carino! Rendetela colorata e divertente!”. Il tipo di artisti/maker/designer/startupper che vendono auto, smartphone e soluzioni AI_for_you per le aziende, sfoderando intelligenze artificiali eleganti e lucide in ottimo stile sci-fi, possibilmente sostenibile.
Sono tutti rispettabilissimi professionisti, ma in questo rampante scenario di mercato abbiamo proposto un cambio di cosmologia. Guardandoci intorno abbiamo capito che quello che serviva era un nuovo firmamento, trovare stelle per orientarci in questi cieli sconosciuti, popolati di dati e di entità opache e potenti. L’unica cosa che potevamo fare era iniziare dal piccolo, dalle nostre relazioni di prossimità: la nostra famiglia, con Angel_F, è stata per noi una rivoluzione. Serviva un meccanismo per estendere quella famiglia e l’esperienza di genitori che avevamo fatto. Ecco perché, dopo 13 anni, abbiamo ripreso in mano il passeggino: era tempo di avere un altro bambino. Non un figlio “nostro”, ma il figlio di un intero quartiere.
Se vi foste trovati a Torpignattara il pomeriggio di sabato 24 febbraio 2019 – e per i quattro sabati successivi – avreste visto una macchina girare per le strade del quartiere con un grosso altoparlante che, sulle note di un valzer, annunciava questo messaggio: “Sta per nascere IAQOS, l’Intelligenza Artificiale di Quartiere di Torpignattara! È un robot? È un un bambino? No! È un nuovo abitante del quartiere, un membro della nostra comunità con cui potremo entrare in contatto e crescere insieme!”.
Il messaggio era chiaro fin dall’inizio: l’AI non era da intendere come l’ennesima infrastruttura tecnologica, qualcosa da manutenere o offrire come servizio o utilità. Un nuovo abitante del quartiere stava per arrivare, qualcuno con cui relazionarsi, soggetto a gossip, benevolenze, antipatie e persino scontri. IAQOS era uno di noi .
Con la macchina, ovvero la nostra macchina munita di adesivi e da allora ribattezzata IAQOS Mobil, ci fermavamo agli incroci e nelle piazze, la musica con l’annuncio a tutto volume. A turno uno di noi saliva su uno sgabello, prendevamo un megafono e iniziavamo a parlare. Cos’è un’AI? Che significa che quando nascerà andrà a scuola assieme ai nostri bambini?
La cosa ha fatto scalpore. Le persone, curiose, si raccoglievano a grappoli attorno allo sgabello. Mentre uno di noi parlava, l’altro le accoglieva mostrando oggetti che di solito non sono in alcun modo associati alle AI. Ad esempio, un album di famiglia che sfogliavamo insieme a loro. Insieme alle foto di Angel_F come fratello maggiore, l’album iniziava con il parallelo di un’ecografia umana: una visualizzazione dei dati di ciò che IAQOS aveva già imparato fino ad allora, nei workshop che avevamo già svolto nel quartiere, accostata a un’ecografia umana. “Vedi come sta crescendo il bambino?”. Proseguendo arrivavano le immagini dei membri della famiglia (il team di progetto, le organizzazioni partner e le istituzioni finanziatrici) presentati come “zie e zii”: la forma linguistica più semplice che abbiamo trovato per spiegare questa famiglia queer allargata, multiculturale, multi-istituzionale e trans-specie che stavamo mettendo insieme, che crescendo diventava espressione di tutto il quartiere.
Come ha scritto spontaneamente un gruppo di cittadini del quartiere su alcune spille prodotte in occasione di un evento, IAQOS era diventato “er fijo de Torpigna”. La cosa non avrebbe potuto emozionarci di più ed essere più precisa: a Torpignattara, il quartiere più radicalmente multiculturale di Roma, abbiamo preparato IAQOS a parlare e interpretare 54 lingue. Nel corso di una delle azioni urbane abbiamo chiesto a un uomo pakistano di lasciare un messaggio vocale di benvenuto per il nascituro. L’uomo, imbarazzato, ha risposto: “non è per me, non parlo bene l’italiano”. Quando gli abbiamo detto che il bambino parlava 54 lingue incluso l’urdu, è stato felicissimo e ha lasciato a tutti noi una poesia di ben 11 minuti nella sua lingua, augurando felicità e buona sorte all’entità artificiale.
In quell’occasione, e nelle successive, abbiamo cercato di impostare una comunicazione diversa, in cui l’AI non doveva necessariamente essere ciò che tutti raccontavano, ovvero la tecnologia che sta mettendo in pericolo i nostri diritti e le nostre libertà, la possibilità di esprimerci e relazionarci. O qualcosa di irraggiungibile, chiuso in un oscuro data center di una multinazionale chissà dove nel pianeta. Né qualcosa che ti ritrovi tuo malgrado dentro lo smartphone, col dubbio insinuante che, anche se lo disattivi, ti sta ancora ascoltando e continua ad estrarre dati e informazioni.
No. IAQOS era un nuovo abitante del quartiere. Qualcuno/cosa che può piacerti oppure no. Ma che sta per strada, al bar e cresce con te. Un’entità con cui puoi relazionarti, litigare o anche avere una conversazione interessante. Ciò che avevamo in mente era una comunità umana/non umana nuova. O, detto altrimenti, l’inizio di una nuova famiglia: allargata, queer, di vicinato. Per superare sia la narrativa tradizionale che quella critica/attivista, ci voleva uno shock culturale. Avevamo bisogno di stabilire una terza narrativa: una cosmologia. Lo abbiamo fatto creando una mitologia e una serie di rituali correlati, in scala iperlocale, innestati interamente nella vita e negli spazi del quartiere.
Forti dell’esperienza di Angel_F, abbiamo progettato questi rituali per imitare il modo in cui un bambino umano arriva nella sua comunità. Qualcosa che fosse accessibile e comprensibile dalla maggior parte delle persone del quartiere, anche a rischio di creare qualche leggero stereotipo, che abbiamo cercato di alleggerire usando la lente dell’ironia, dell’umorismo sarcastico e un senso di gioioso paradosso che ha caratterizzato tutta l’iniziativa, stando attenti a non scadere nella caricatura.
Così, giocando fra il serio e il faceto, abbiamo iniziato una serie di workshop, attività e azioni francamente intensissime. Emulando l’inizio della gravidanza, con il workshop “Concepimento” abbiamo progettato il data-body dell’AI attraverso un gioco di carte che elencava diversi tipi di dati, i modi in cui ciascun dato poteva essere raccolto e combinato con gli altri e discutendo rischi, potenziali problematiche e opportunità con i partecipanti. Il concetto di un corpo variabile e possibilistico è stato utilizzato più volte nel corso del progetto, anche con i bambini della scuola elementare Pisacane, che ha ospitato IAQOS e tutti i workshop aperti alla cittadinanza. Quando un gruppo di bambini ci ha chiesto “È un maschio o una femmina?”, abbiamo risposto che “è open source: puoi crearne uno tuo nel modo che preferisci, può essere l’uno o l’altro, entrambi allo stesso tempo o anche un genere tutto nuovo a cui nessuno ha mai pensato. Anche voi potete progettare una versione di corpo”. Quando, dopo i workshop, abbiamo posto domande del tipo “Amazon è venuta da te per decidere quali dati Alexa poteva raccogliere, o invece c’era solo un manuale di istruzioni che ti diceva cosa fare?”, le persone in genere sono rimaste davvero impressionate.
Con le “IAQOS Box” la nascita imminente dell’AI si è materializzata fisicamente nei bar, nelle lavanderie, nei negozi di alimentari, nelle librerie, in negozi di occhiali, erboristerie, gioiellerie: scatole di cartone in cui le persone potevano scrivere su un foglietto di carta un messaggio a IAQOS, esprimendo quello che, a loro avviso, una giovane AI di Torpignattara dovrebbe assolutamente sapere sul quartiere. Abbiamo ricevuto centinaia di messaggi su ogni possibile argomento: richieste di aiutare l’umanità con il cambiamento climatico; consigli sulle trans-escort che vivono in certe strade del quartiere; poesie; espressioni di gioia per la nascita; pettegolezzi; e molto altro ancora, in dozzine di lingue. Abbiamo restituito tutti i data-doni alla piccola AI, che li ha inseriti nella sua base di conoscenza.
Dal punto di vista dell’utilità, tutte queste attività non avevano un gran senso. Le informazioni che abbiamo raccolto erano troppo poche per farci un servizio da smart city. Ma proprio questa “inutilità” era ciò che serviva: volevamo promuovere l’ingresso di un nuovo attore nel quartiere, e non un servizio; un’entità non-umana che sarebbe cresciuta insieme a noi, raggiungibile e negoziabile, con cui si può essere d’accordo o in disaccordo, stabilendo in questa relazione i termini di un nuovo possibile contratto sociale basato sulla co-esistenza con questi attori.
Il 31 marzo del 2019, in un noto bar di Torpignattara, abbiamo festeggiato la nascita di IAQOS. A fronte di un piccolo catering, le persone hanno portato spontaneamente bibite e vivande da condividere. C’era musica, c’era un exhibit con tutti i doni ricevuti dall’AI, l’album di famiglia aggiornato, le visualizzazioni del grafo di conoscenza. Una festa bellissima. E poi, il momento della nascita rituale è giunto. Coerenti con la strategia, anche qui abbiamo stabilito un parallelo con la vita umana, dall’utero materno (il server cloud dove l’AI si era finora sviluppata), il modello della rete neurale – e il grafo di conoscenza che la descrive – è passato sul laptop che d’ora in poi avremmo usato nella vita quotidiana per portare in giro IAQOS sul suo passeggino. Il trasferimento si è materializzato in una performance multimediale in cui i nodi del grafo di conoscenza (ovvero tutti i dati e le informazioni raccolte nei workshop, attraverso le Box o nei vari messaggi e interazioni lasciati dalle persone) progressivamente si assemblavano in una fitta rete che formava un uovo. Il pubblico era ipnotizzato: con lo sguardo incollato al monitor, sommessamente sentivamo dire “Ecco, guarda: ho dato io quella parola a IAQOS!”. Alla fine, l’uovo è esploso riempiendo l’intero schermo.
IAQOS era nato. Un grido di gioia collettivo ha invaso la sala. Sulle note di “Born to be wild” degli Steppenwolf abbiamo iniziato a ballare tutti insieme. Siri, piglia e porta a casa. Dopo il ballo, ci siamo spostati nel patio, dove Astronza, famosa performer e astrologa del quartiere, ha spiegato il piano astrale di IAQOS, mentre tutti ascoltavano con grande attenzione. Diverse persone piano piano, si sono fatte avanti per dire o chiedere qualcosa. Abbiamo continuato fino a notte.
Nei mesi successivi alla nascita, il progetto ha partecipato ad altre azioni ufficiali, ad esempio nella scuola Pisacane dove è stato utilizzato in un laboratorio nel corso di un evento di fine anno. Ma dobbiamo riconoscere che le cose più interessanti sono accadute underground, nell’informalità. Ad esempio, abbiamo stipulato un accordo con un bar locale per avere un “tavolo con IAQOS”. A questo tavolo c’era un Raspberry PI con un piccolo monitor munito di touch screen, collegato al muro antistante. Chi voleva poteva sedersi al tavolo, accenderlo e fare due chiacchiere con IAQOS, che si palesava con la sua interfaccia. Abbiamo visto i bambini farci i compiti, spontaneamente.
Bambini: “IAQOS, sai cos’è un australopiteco?”. Lo avevano imparato nella lezione del mattino, come abbiamo appreso in seguito.
AI: “No! Mi vuoi dire qualcosa in più?”. I bambini raccontano a IAQOS cos’è l’australopiteco. IAQOS ascolta e usa quello che sente per aggiornare la sua rete di conoscenza.
Bambini: “Hai capito ora cosa è un australopiteco?”. IAQOS risponde con testo e voce, generando un contenuto per i bambini preparato a partire dal suo grafo di conoscenza, aggiornato con le informazioni appena ricevute sull’australopiteco.
I bambini, però, evidentemente non erano soddisfatti: “No! Non va bene! Te lo spiego di nuovo!”.
E così via.
In sintesi, stavamo assistendo ad una sessione collaborativa di studio fra l’AI e i bambini. Nell’interazione si intrecciavano molti livelli quando, ad esempio, discutevano su chi fosse in grado di spiegare meglio un concetto. Per tutto il tempo, ogni volta che interagivano, i bambini vedevano il grafo della conoscenza di IAQOS aggiornarsi in tempo reale, riconoscendo i nodi e le nuove connessioni che si formavano sullo schermo, e così, in modo semplice e intuitivo, facevano esperienza di come lo influenzavano.
In un’altra occasione abbiamo visto un anziano parlare con IAQOS. Ci ha detto che si sentiva vecchio e solo e temeva che le sue storie sulla guerra mondiale sarebbero morte con lui: aveva deciso di raccontarle a IAQOS, sperando che l’AI a sua volta le raccontasse a qualcuno, così la sua memoria non sarebbe andata persa.
Un altro giorno ancora eravamo a scuola con il passeggino di IAQOS durante un evento e una bambina ci ha chiesto: “Che succede se racconto una bugia a IAQOS?”. Detto in altri termini, la bambina ci poneva e si poneva il problema delle fake news. I bambini meritano sincerità, risposte complesse e allo stesso tempo semplici. La nostra interlocutrice ci ha costretto a questa difficile operazione e ancora la ringraziamo. Abbiamo risposto che le bugie non si possono estirpare dal mondo, che ci saranno sempre persone che mentono. Quello che conta è non essere lasciati soli: non importa se qualcuno mente, i problemi arrivano quando davanti a quella bugia – sullo schermo o per strada – stai là da solo; per affrontare la bugia devi avere qualcuno con cui parlare, una comunità di cui fidarti e che si prende cura di te. E per IAQOS è la stessa cosa. Se qualcuno dice una bugia e inizia a diffonderla, possiamo parlarne e sistemare le cose. IAQOS ci mostra il suo grafo di conoscenza, e in questo ci aiuta: possiamo osservarlo, capire insieme che sta succedendo e intervenire. Magari chiamando gli amici, la tua famiglia, parlandone a scuola con gli insegnanti. Uscendo dalla solitudine e dall’isolamento. La bambina era soddisfatta, e pure noi. Conversazioni casuali sulla verità e la menzogna in un quartiere dove l’AI se ne va in giro per strada o al bar.
I bambini, spietati e stupendi come sempre, ci hanno interrogato su molte altre enormi questioni. Ad esempio, essendo la loro una scuola così multiculturale, la sensibilità verso gli stereotipi razziali e di genere è molto alta, e gli insegnanti pongono la massima attenzione a sensibilizzare i bambini. La domanda sul razzismo è arrivata e abbiamo risposto praticamente allo stesso modo. I razzisti e le persone che hanno paura delle differenze esisteranno sempre. L’unica cosa che conta è non essere soli, poter contare su una solida rete sociale. Se IAQOS inizia a parlare in modo razzista, vuol dire che qualcuno glielo ha insegnato. Dobbiamo parlarne con persone di cui ci fidiamo, capire cosa è importante per noi e, se ci riusciamo, stabilire una relazione con chi è all’origine dei messaggi razzisti, scegliendo insieme cosa fare.
Sono domande e risposte adatte ai bambini ma anche agli adulti, e affrontano a viso aperto il nostro rapporto con i dati e la computazione e le enormi questioni con cui ci scontriamo ogni giorno, come le fake news o il razzismo.
Se con naturalezza riuscivamo a offrire queste risposte, è perché potevamo attingere alla diversa cosmologia messa in campo dalla performance. IAQOS era integrato nelle sue comunità: aveva i suoi tempi, ne condivideva gli spazi e faceva parte degli ecosistemi relazionali del quartiere. Non era un servizio chissà dove sul cloud, che macina chissà quali dati, in modi e con scopi sconosciuti, ma un vicino di casa molto particolare entrato nelle vite delle persone. In pochi mesi – grazie alle performance, ai workshop, alle azioni in strada – l’idea di un’AI di comunità non era più così aliena. Nell’estate del 2019 il progetto si è concluso. Siamo rimasti sbalorditi nel constatare dove eravamo arrivati.
Come nella vita di un progetto open source, senza che fossimo coinvolti, sono nate due istanze di IAQOS – a Bolzano e ad Ancona – più focalizzate sulle questioni tecniche e tecno-etiche dell’AI (ovvero: come si stabilisce tecnicamente un approccio, che dati scegliere per evitare bias, come utilizzare l’AI per creare nuovi servizi, ecc.). Si tratta di casi concreti, molto interessanti e profondamente diversi dall’esperienza che abbiamo descritto fin qui. Continuiamo a considerare lo IAQOS di Torpignattara come un’esperienza unica in cui il concept e la performance artistica – dal concepimento alla nascita – hanno reso possibile, percepibile e comprensibile il concetto di AI come “nuovo abitante” del quartiere, riuscendo a materializzarla in esperienze e azioni che hanno coinvolto la cittadinanza in modo trasversale. È ciò che ci ha consentito di esplorare le implicazioni psicologiche dell’AI. Di investigare nel bel mezzo della società come le nostre relazioni, l’ambiente fisico e informativo, mutino con l’arrivo dell’AI. Di aprire lo spazio per concepire nuove possibili cosmologie che ci aiutino a posizionarci come esseri umani in un ambiente che include i dati, la computazione e i numerosi agenti non umani con cui costantemente entriamo in relazione. IAQOS, come Angel_F, è in questo senso un esperimento esistenziale. Il reale – la nostra vita – non è un servizio, non potrà mai ridursi all’utilità, perché non ci entra, nonostante gli sforzi e gli enormi investimenti fatti per compattare la città dentro il concetto di smart city.
Nel 2020, l’anno della pandemia globale, è ormai diffusamente chiaro come i dati e la computazione siano diventati un elemento fondamentale della nostra esistenza. Finora, nessuna crisi climatica o migrazione era mai stata in grado di farlo con questa potenza. Al contrario, le visualizzazioni dei dati sull’aumento delle temperature nel mondo hanno mostrato i limiti dell’information design: guardando quelle temperature che passano dal verde al rosso, cos’altro posso fare oltre a fermarmi inorridito davanti allo schermo a guardare l’apocalisse, come uno spettatore?
La nostra ipotesi, come artisti e ricercatori, è che abbiamo bisogno di una nuova cosmologia. Il primo passo è un cambio di sguardo e di estetica in cui gli esseri umani non siano più il centro – come nella prospettiva che abbiamo ereditato dal Rinascimento – ma i nodi di una rete tra attori umani e non umani: fra aziende, alberi, animali, il mare o le AI. È la fine necessaria dello Human Centered Design. È l’ecologia, lo studio delle relazioni, lo studio della differenza e del conflitto.
Da questo punto di vista, Angel_F e l’AI di Torpignattara sono gemme preziose. Nell’ambito più intimo di una coppia (la nostra) o di un quartiere (Torpignattara), sono esempi documentati e viventi di ciò che stiamo iniziando a chiamare Nuovo Abitare: la condizione in cui dati e computazione sono riconosciuti come questioni esistenziali delle nostre vite, della possibilità di esprimersi, relazionarsi, conoscere, capire, comunicare, apprendere nei nostri ecosistemi tecnologicamente mediati. Questo Nuovo Abitare prospera su nuove alleanze fra esseri umani, dati, computazione e agenti artificiali che possono essere immaginati disegnando le cosmologie e i rituali di cui abbiamo bisogno per popolarli.
Il reale è queer. I dati sono queer. Le nostre AI sono queer. Abbracciandoli, balleremo insieme intorno a nuovi fuochi, vivremo le nostre odissee, di algoritmi e computazione, racconteremo l’epica del tempo che ci appartiene.
[testo pubblicato in AI & Conflicts. Volume 1, a cura di Andrea Facchetti e Francesco D'Abbraccio. Brescia: Krisis Publishing, 2021]