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A. Caronia
Robot tra sogno e lavoro Academia
A. Caronia
Robot tra sogno e lavoro
Robot tra sogno e lavoro

“Ho imparato questo dal mio maestro: chi si serve di macchine, usa dei meccanismi e il suo spirito si meccanizza. Chi ha lo spirito meccanizzato non possiede più la purezza dell'innocenza e perde la pace dell'anima. Non ignoro i pregi di questa macchina, ma avrei vergogna a servirmene.”

Così risponde, adirato, il giardiniere a Zi-gong, discepolo di Kong-zi (Confucio), che gli ha consigliato l'uso di un pozzo a bilanciere per trasportare l'acqua, invece dei secchi a mano. È in un testo taoista del IV secolo a.C. (Zhuang-zi, cap. XII) che troviamo questa espressione cos. pura di quella che sarebbe diventata una delle ossessioni ricorrenti della civiltà occidentale moderna. Da sempre l'uomo sa che deve la sua umanità alla capacità di maneggiare attrezzi; da sempre (o meglio dalla rivoluzione neolitica) l'uomo civile prova un senso di colpa per le ferite che infligge alla natura con l'agricoltura e l'estrazione dei metalli; per questo forse vagheggia e costruisce delle macchine a propria immagine, riempie i miti più antichi di espertissimi fabbri celesti e terreni, di macchine semoventi, di uomini e dei che incorporano in se stessi pezzi di metallo per simboleggiare un'unità con la terra da cui quel metallo proviene (come il Batraz delle antiche storie scite o gli sciamani siberiani).

Ma se nel mondo antico la macchina può essere ancora un simbolo dell'unità con la natura, o il prodotto di una ingegnosità fuori dal comune (come gli automi semoventi di Erone alessandrino), con l'arrivo della civiltà industriale e della modernità quella lacerazione fra uomo e natura, che già era espressa nel mito ma conservava una speranza di ricomporsi, è ormai insanabile. O perlomeno la macchina sembra non poterla più sanare. Nella seconda metà del Settecento si fissa quella polarità nei confronti della macchina che ancora caratterizza per tanti versi i nostri tempi: e mentre le folle accorrono a stupirsi di fronte ai meravigliosi automi dei Vaucanson, degli Jacquet-Droz, dei Maillardet, culmini ineguagliabili dell'ingegnosità meccanica, gli scrittori preromantici e romantici (tedeschi in testa) fanno degli automi il simbolo dello “spirito meccanizzato”, del lato disumano dell'uomo, li descrivono come l'essere oscuro (anche se può capitare di vederlo travestito da essere solare, come la Olimpia dell'“Uomo della sabbia” di Hoffmann) che assorbe, catalizza e restituisce centuplicate tutte le paure e le ossessioni dell'uomo moderno, del “borghese in esilio”, per usare l'efficace espressione che Claudio Magris ha coniato proprio a proposito di Hoffmann.

Ma l'uomo che si meccanizza è una figura che dilaga fino nel Novecento, ovunque l'angoscia per una condizione di espropriazione del senso e della direzione della propria vita si faccia strada. Così non dovremmo stupirci di trovare due fulminanti immagini della macchina, tra metafora e letteralità, proprio in un autore dove forse a prima vista non ce le aspetteremmo, in Kafka. Sono l'erpice che scrive le sentenze sul corpo del condannato in “Nella colonia penale” e Odradek, il traballante rocchetto con la gamba storta che ballonzola su e giù per le scale della casa, salutato normalmente da tutti, in “Le preoccupazioni di un padre di famiglia”.

Nel frattempo la macchina umana dilagava nell'immaginario collettivo e nella narrativa popolare, e assumeva finalmente un nome. Nel 1921, nella stessa Praga, due anni dopo che Kafka aveva composto quei due racconti, questo nome risuonava per la prima volta su un palcoscenico: l'autore era anch'egli un ceco, ma di lingua boema, Karel Čapek, la commedia era R.U.R. e il nome, naturalmente, era "robot". Con quel nome Čapek indicava una nuova razza di automi, di “macchine da lavoro vive e intelligenti”, che avrebbero dovuto sostituire l'uomo e permettere l'avvento dell'utopia. Nel giro di pochi anni il neologismo si diffuse in tutte le lingue, e nella fantascienza allora nascente sostituì i più antichi termini “automa” o “androide”. I robot di Čapek erano gli eredi dei terrificanti automi dei romantici tedeschi e del mostro creato da Frankenstein nell'omonimo romanzo di Mary Shelley: si ribellavano ai loro creatori, volevano uguagliare, forse sostituire l'uomo. Amplificati dagli sconvolgenti progressi della tecnologia, erano i vecchi miti e le vecchie paure che ritornavano: il mito dell'Homunculus alchemico, del Golem di Praga. Anche nella fantascienza dei primi decenni il robot è un personaggio nefasto, portatore di morte, prodotto di una scienza che è capace di padroneggiare in modo mai visto prima le forze della natura, ma che sembra inclinare alla sopraffazione, al dominio estremo sull'uomo. Cos. per esempio la vede il cinema, con l'accoppiata fra lo “scienziato pazzo” e il robot femminile di Maria in Metropolis di Lang.

Poi venne, anche nella fantascienza, una rivoluzione copernicana. Il suo alfiere fu Isaac Asimov, che negli anni Quaranta volle combattere la sua battaglia contro la “sindrome di Frankenstein”: inventò la scienza immaginaria dei robot, la robotica, e ne enunciò le tre famose leggi, la garanzia che la creatura non si sarebbe mai ribellata al creatore. La soluzione di Asimov, naturalmente, è troppo debole, infarcita di quel positivismo in ritardo che è stato una delle caratteristiche degli anni Trenta in America e che la bomba di Hiroshima ha messo in crisi, ma non eliminato. È la dialettica fra reale e immaginario che conviene invece seguire: perché nel frattempo l'industria ha cominciato a costruirle davvero, queste macchine che fanno il lavoro dell'uomo, e sebbene siano così poco antropomorfe, le ha chiamate “robot”, come i loro predecessori e fratelli fantastici. Oggi la robotica non è solo una scienza fantastica, è uno dei settori di punta dell'informatica e della tecnologia. Ma continua a intrattenere un intenso rapporto con l'immaginario, continua ad alimentare la fantasia di gente comune, di scrittori, di artisti. A ogni nuovo progresso dell'Intelligenza Artificiale, della telepresenza, della visione artificiale, delle Realtà Virtuali, la fantasia si eccita in questo gioco al rialzo, quasi sicura ormai che la realt. finir. per raggiungerla: i ruoli si stanno invertendo in questa corsa, e la fantasia è la tartaruga, mentre la realtà è Achille. Ma riusciremo mai a sfuggire all'alternativa falsa e paralizzante fra la demonizzazione della macchina e la sua esaltazione acritica? Vorrei proporre una riflessione di Philip K. Dick, un altro scrittore americano di fantascienza che al tema dell'uomo e della macchina ha dedicato molta attenzione. Nel 1976 Dick scriveva:

Noi umani dal viso caldo, e morbidi, con occhi pensierosi, noi siamo forse le vere macchine. E questi aggeggi oggettivi, gli oggetti naturali intorno a noi e specialmente i congegni elettronici che costruiamo, i trasmettitori, le stazioni ripetitrici a microonde, i satelliti, essi possono mascherare autentiche realtà viventi, visto che è possibile che partecipino più pienamente e in modo a noi oscuro della Mente Ultima. Forse ci avvicineremmo alla verità se dicessimo: “Ogni cosa è ugualmente viva, libera e senziente, perché ogni cosa non è viva, viva a metà o morta, ma piuttosto attraversata dalla vita.

L'incorporazione dell'informatica e della microelettronica, queste tecnologie così leggere e immateriali, oggi riscatta anche la pesantezza dei corpi elettromeccanici dei robot industriali, permette anche agli artisti di vederli trasfigurati, di giocarci come con dei nuovi, inevitabili compagni della specie umana. Anche perché è già cominciato il processo di trasformazione del nostro stesso corpo in un oggetto artificiale, non solo con l'inserzione di parti meccaniche ed elettroniche, ma con l'esteriorizzazione della memoria, con il nostro collegamento permanente al sistema informatizzato delle comunicazioni e della gestione dei dati, con la manipolazione del DNA: tutti processi che richiedono, certo, l'invenzione di nuove regole di comunicazione e di convivenza, ma che non possono essere semplicemente ignorati e messi da parte. In questo processo, che lo vogliamo o no, le macchine hanno già una parte, e sempre di più l'avranno. E il problema, allora, sarà quello che lucidamente ha esposto Marvin Minsky, uno dei padri dell'Intelligenza Artificiale:

Oggi molte persone considerano l'intero genere umano un'unica grande comunità. Ma che dire di quel giorno lontano in cui gran parte di ciò che noi apprezziamo sarà condiviso anche dalle macchine da noi costruite? Allora, una volta che avremo cominciato a costruire noi stessi, dovremo realmente metterci di fronte a noi stessi in un modo del tutto nuovo.

[testo pubblicato in Occhio meccanico braccio meccanico. I robot nelle fotografie d’oggi, catalogo della mostra, ABB, Museo della scienza e della tecnica, Milano, 1991]

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